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Kendo

Ekam

Il kendō condivide gli stessi principi etici e spirituali dello iaidō, la differenza ‘epidermica’ tra le due discipline consiste essenzialmente in un diverso modo di immaginare il ‘combattimento’: nello iaidō la spada è sempre nel fodero e ogni kata (forma predefinita di allenamento) inizia con l’estrazione fulminea della lama e successivamente con l’esecuzione delle altre varie sequenze; nel kendō si inizia la pratica con la spada già estratta, utilizzando per lo scopo lo shinai, una spada costituita da quattro strisce di bambù che le conferisce elasticità e robustezza.

Altro aspetto fondamentale del kendō è l’utilizzo di un’armatura, detta bogu, composta di cinque pezzi per proteggere alcune parti del corpo durante lo scambio di tecniche con i compagni di pratica. La concentrazione, la reattività agli stimoli, l’equilibrio, la capacità di gestire il respiro durante l’esecuzione delle tecniche, il dominio delle incertezze, delle paure, della confusione sono tra gli aspetti che si affinano progressivamente con la pratica del kendō.

Le due discipline sono complementari l’una all’altra, si possono considerare come lo Yin e lo Yang (i giapponesi utilizzano i termini equivalenti In e Yo) dell’arte della scherma giapponese; quello che il praticante studia e ricerca nello iadō, allenandosi singolarmente nelle varie tecniche e immaginando un ipotetico avversario, nel kendō si esprime attraverso il confronto con un ‘avversario reale’, ovvero i  compagni di pratica grazie ai quali è possibile percorrere questa ‘via’.

Il confronto con l’altro diventa allora un confrontarsi con se stessi, il nostro compagno, che si presta al ruolo di avversario, è il nostro specchio, colui che ci rimanda tutte le incertezze e le paure che sono anche dentro di noi: rischiarare la mente, liberarla da qualsiasi pensiero/impedimento che non sia il ‘qui e ora’ è quello che ogni praticante cerca incessantemente nella sua lunga pratica ed evoluzione.

I Maestri dicono che non è importante colpire l’altro, non è questo lo scopo della pratica della scherma giapponese, il fine ultimo e più alto è ricevere un colpo dall’avversario e ringraziare; ringraziarlo per averci ‘risvegliato’ dal nostro sopore, dai nostri dubbi, dalle nostre abitudini e comodità.

admin

Date

25 maggio 2016